Premessa
Nel contesto di una già ampia ricostruzione storica sullo sterminio nazista, in cui ogni anno vedono la luce nuovi saggi e nuove tesi sul sistema nazista, la guerra e lo sterminio, la resistenza e la rivolta del ghetto di Varsavia trovano spesso una collocazione nei lemmi dell’ampio dizionario sull’olocausto, ma meno come capitolo e storia a sé stante. Sono poche infatti le opere monografiche, fatta eccezione per una più numerosa pubblicazione di memoriali.
Il termine, il concetto e la prassi della ghettizzazione ebraica non venne «inventato» dai nazisti ma ha origini nella liberalissima e cosmopolita Venezia del XVI secolo, quando venne stabilito che i giudei dovevano risiedere in una parte della città – el gheto novo – con accessi che venivano chiusi al tramonto e riaperti all’alba.
Shylock, il più famoso degli ebrei veneziani reclusi nel ghetto, nato dalla genialità di William Shakespeare, è la traslazione letteraria della natura umana.
Shylock si interroga sull’odio, sulla vendetta e sulle separazioni nella specie umana. Gli interrogativi sono i medesimi che nel tempo altri si sono posti di fronte al tentativo di separare gli esseri umani e di sancire presunte differenze biologiche e di conseguenza inferiorità culturali e coscienziali suddividendo l’ecumene, ideologicamente, poi materialmente e finanche biologicamente, in gradi di appartenenza fino a collocare gruppi umani al di «fuori» della stessa specie umana. Nel corso della vicenda umana tali separazioni ed esclusioni, fino al tentativo di annientamento, hanno raggiunto con il sistema nazista l’apice di terrore totale con l’obiettivo di soggiogare la specie umana distruggendone una parte.
Nel terzo atto de Il mercante di Venezia Shylock pone interrogativi ancora oggi struggenti, gli stessi di milioni di vittime dello sterminio nazista ebrei, rom, oppositori politici, portatori di handicap, infermi di mente e omosessuali:
Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, organi, statura, sensi, affetti, passioni? Non si nutre anche lui di cibo? Non sente anche lui le ferite? Non è soggetto anche lui ai malanni e sanato dalle medicine, scaldato e gelato anche lui dall’estate e dall’inverno come un cristiano? Se ci pungete non diamo sangue noi? Se ci fate solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci offendete, non dovremo vendicarci? Se siamo come voi in tutto e per tutto, anche in questo vogliamo assomigliarvi.
Interrogativi che ancora oggi la specie umana è costretta a porsi per gli interminabili genocidi, massacri, guerra e terrorismo che la affiggono in ogni parte del globo.
I ghetti, istituiti dai nazisti dopo l’occupazione della Polonia – nel settembre 1939 – e in tutti i paesi occupati, furono parte della politica nazista volta prima a separare, poi ad espellere ed infine a cancellare le comunità ebraiche dall’Europa, portando a termine con la «soluzione finale» la cosiddetta «questione ebraica».
L’assassinio sistematico della popolazione ebraica europea è inscritto nell’ideologia eugenetica nazista su cui si forgia, si costruisce e si consolida l’intero progetto di sistema di potere totale e di terrore diffuso e capillare. Lo sterminio è funzionale al terrore ed esso è necessario alla costituzione di uno Stato millenario nazista assoluto basato sul concetto e sulla prassi di razza superiore. Lo Stato razziale nazista non ha precedenti nella storia né successori per il grado e l’intensità di annichilimento e di distruttività del resto della specie.
Ma l’affermarsi del sistema totale nazista è anche il punto di arrivo di ciò che era venuto lievitando nei decenni precedenti, cioè il più organico intento di controrivoluzione e di guerra al socialismo da parte delle classi dominanti.
La prova drammatica è la tenaglia che si stringerà attorno alla più significativa rivoluzione sociale del secolo, la Spagna del 1936.1 Contro di essa convergeranno l’impegno ideologico delle democrazie europee e quello bellico della Germania nazista, del fascismo italiano e dei «brigatisti internazionali» inviati da Stalin e dai partiti comunisti europei, nell’interesse di soffocare le aspirazioni socialiste e libertarie che emergevano ovunque nella penisola.
La Spagna sarà una prova generale per la più intensa controffensiva che di lì a poco verrà scatenata contro il socialismo e la rivoluzione e contro l’assieme dell’esistenza umana, trascinata nel baratro della guerra mondiale.
La storiografia: le vittime, i carnefici e i vincitori
Lo sterminio della popolazione ebraica europea è una delle pagine della storia che, insieme alla guerra mondiale, testimoniano la dimensione inedita mai raggiunta dal terrore totale e assoluto che, dall’avvento al potere della Cancelleria di Adolf Hitler nel 1933, si impose prima sulla popolazione tedesca e sulla comunità ebraica e poi su tutta l’Europa e che si concluse solo con la morte di Hitler nel bunker e con la disfatta bellica del Reich.
La devastazione biologica e materiale causata dalla guerra continuò anche dopo la fine del conflitto. Molti di coloro che erano sopravvissuti allo sterminio morirono nelle settimane successive non solo per le conseguenze fisiche di quanto vissuto, ma anche per il trauma psicologico di essere sopravvissuti. Per molti si trattò di proseguire e ricostruire la propria esistenza soli, unicamente con il ricordo degli affetti, degli amici, dei luoghi. Per molti il trauma si tradusse in un senso di colpa permanente negli anni successivi che in molti casi li condusse alla disperazione e a sottrarsi essi stessi alla vita ancora anni e decenni dopo. Sopravvivere – parafrasando Bruno Bettelheim – fu un caro prezzo pagato per essere rimasti in vita o addirittura significò testimoniare con la propria vita la «vergogna» di credere che volgere le spalle per non vedere la colpa altrui o la propria fosse non sapere – Primo Levi ne I sommersi e i salvati.
L’avvio del genocidio sistematico della popolazione ebraica europea coincide con l’invasione e l’occupazione della Polonia nel settembre 1939 ed il culmine della barbarie è simboleggiato da Auschwitz, cioè l’apice della distruzione di cui l’umanità è stata vittima e partecipe. Ancora oggi non usiamo il toponimo polacco Oswiecim poiché esso non evoca con altrettanta forza il «luogo della memoria»,2 un simbolo sul quale il sistema democratico pretende di ergersi. Il processo di Norimberga ha sancito il crimine contro l’umanità, ma non ha scongiurato ulteriori genocidi, guerre e pandemie. È stato segnato il limite da non superare ma al di sotto del quale tutto è ancora possibile e legittimo:
il primeggiare della violenza concentrata, della guerra, connota il sistema che ha costretto ampie zone del pianeta e della sua popolazione alla più odiosa forma di barbarie. I poteri oppressivi borghesi minacciano la specie con lo sterminio crescente delle genti, la liquidazione delle risorse del pianeta, il tentativo consapevole e permanente di alienare dall’umanità le sue facoltà più autentiche e positive.3
La politica di sterminio e di assassinio sistematico costò la vita a non meno di sei milioni di ebrei, un terzo della popolazione ebraica mondiale e due terzi di quella europea. La comunità ebraica polacca fu quasi del tutto cancellata.
La sentenza definitiva del processo di Norimberga calcolerà in sei milioni il numero delle vittime, ma il dibattito sul conteggio non è privo, esso stesso, di problemi storici e politici. Problemi in gran parte determinati dalla difficoltà di quantificare quelle in territorio sovietico – per il segreto imposto da Stalin sugli orrori dell’invasione tedesca4 – a cui vanno aggiunte decine di migliaia di persone considerate dai nazisti «ebree» secondo le leggi di Norimberga «per la protezione del sangue ariano» del 1935.
Al di là delle controversie, il senso comune della dimensione e della scientificità dello sterminio oggi è comunque più concreto che nei primi decenni dalla fine del conflitto.
Negli anni successivi, infatti, ben pochi furono gli studiosi interessati all’argomento e solo 15 anni dopo la liberazione dei campi di sterminio l’interesse verso lo sterminio nazista iniziò ad entrare a far parte degli studi di eminenti storici. Soltanto Raul Hilberg, esso stesso deportato e scomparso di recente, nel 1948 diede l’avvio a una ricostruzione capillare del sistema burocratico di sterminio nel suo lavoro La distruzione degli ebrei d’Europa con l’obiettivo di spiegarne la sistematicità.
Gli anni Sessanta rappresentarono una svolta e un cambiamento ulteriori: una nuova attenzione allo sterminio coincise con il processo ad Eichmann tenutosi a Gerusalemme. I due processi, quello di Norimberga e quello di Gerusalemme, hanno concorso a segnare l’approccio della storiografia sull’olocausto così come le opere di Hilberg prima e poi gli scritti della filosofa della politica Hannah Arendt.
A Norimberga i pubblici ministeri americani presentarono il nazismo e lo sterminio come il progetto di un’«associazione a delinquere» il cui piano di assassinare tutti gli ebrei europei era espressione della forza propulsiva di un solo individuo, Hitler, e di una schiera di fedelissimi. Sino alla fine Hitler era comunque l’unico, per autorità e determinazione, in grado di dare inizio alla soluzione finale. Ma Hilberg, che iniziò a lavorare alla sua opera nel 1948, ma che fu pubblicata per la prima volta solo nel 1961, fonda il motivo della propria ricerca sulla ricostruzione dei documenti nazisti e dimostra la «trasformazione» della burocrazia dello Stato tedesco in una «normale» macchina finalizzata alla classificazione, al trasporto, allo sfruttamento, al ladrocinio ed infine all’assassinio di milioni di persone e denuncia la partecipazione della maggior parte della popolazione tedesca confutando la tesi di Norimberga. Dimostra che ciò non sarebbe stato possibile senza uno Stato funzionale alla volontà non di un singolo, ma di un’ideologia e di una prassi organica finalizzata non solo all’esclusione e alla distruzione ma all’appropriazione dei beni materiali e dei corpi delle vittime.
Invece la corrente intenzionalista capeggiata da Christopher R. Browning, differenziandosi da Hilberg, pose l’accento sul ruolo di Hitler come iniziatore del massacro degli ebrei europei e soprattutto sulla responsabilità individuale e sul ruolo delle autorità, ma mai su quella di intere popolazioni, in primo luogo quella tedesca. Quando poi vennero pubblicate le ricerche di Daniel Goldhagen il tema fomentò accese dispute. Egli dimostrava la responsabilità collettiva e l’iniziativa individuale nella partecipazione allo sterminio, approfondendo il tema già trattato da Hilberg a proposito di quanto l’ideologia e il terrore sistematico possano condurre ogni individuo a trasformarsi non solo in spettatore, ma esso stesso in carnefice. A questa tesi si sono aggiunte quelle della ricerca di Wolfgang Sofsky.
Il processo di Gerusalemme introdusse inoltre un’altra novità, un efficace alone ideologico: non erano più i vincitori a sedere sullo scranno di supremi giudici dei vinti, ma le vittime che processavano i loro carnefici. Tutto ciò era costruito ad arte dal governo israeliano. Non si trattava di dimostrare ancora una volta l’entità numerica delle vittime, ma di renderle concrete, in un certo modo di umanizzarle sottraendole all’indistinto computo finale. Le singole testimonianze dei sopravvissuti risuonarono in tutto il mondo trasmesse vie etere e le voci rotte dall’emozione, le immagini evocate dai racconti riaprirono l’attenzione del mondo e dell’accademia su ciò che era accaduto.
Per Hannah Arendt – corrispondente inviata di The New Yorker – il processo ad Eichmann rafforzava un altro problematico giudizio già delineato da Hilberg non solo sui carnefici, ma sulle stesse vittime, su cui ella era inesorabile: le leadership ebraiche erano definite in sostanza apatiche se non collaborazioniste. Infatti, per lo storico ebreo tedesco: «il processo di distruzione cominciato e pianificato dai tedeschi era dipeso alla fine da certi modi di comportarsi delle vittime» ed «il modello di reazione degli ebrei è caratterizzato dall’assenza quasi totale di resistenza».5
La Arendt a ciò aggiungeva: «la totalità del crollo morale che i nazisti causarono nella rispettabile società europea: non soltanto in Germania, ma in quasi tutti i paesi, non solo tra i persecutori ma anche tra le vittime».6
La filosofa tedesca però, a differenza di Raul Hilberg, non intravede una sostanziale «passività» delle vittime ebree, ma piuttosto condanna l’attitudine morale che ne stava alla base, determinata da fattori politici, culturali e sociali per cui milioni di esseri umani poterono essere massacrati per mano di poche centinaia di carnefici.7
La stragrande maggioranza delle ricerche storiografiche sullo sterminio hanno mantenuto la rotta su questa duplice ed autorevole linea che con due approcci diversi – rigorosamente storico e filosofico – si interroga sui carnefici, ma anche sulle vittime, in questo caso con risposte inefficaci o incomplete.
Antisemitismo
Nella contemporaneità l’antisemitismo nazista e la soluzione finale della «questione ebraica» sono stati l’espressione più scientificamente distruttiva che l’umanità abbia conosciuto. Non va dimenticato – per comprenderne meglio le caratteristiche specifiche – che il terrore distruttivo del Terzo Reich ha riguardato tutta la specie e la soluzione finale ha rappresentato la prova generale di un sistema totale che prevedeva l’eliminazione d’interi popoli come istituzione permanente della propria esistenza.8
Sull’antisemitismo eugenetico nazifascista sono stati scritti centinaia di saggi, sin dall’immediato dopoguerra, nei quali correnti di pensiero ed approcci diversi hanno cercato di esaminare e scomporre le radici ideologiche, politiche, sociali e culturali del genocidio ebraico in Europa. Nell’enorme produzione saggistica a disposizione, alcuni autori del calibro di Hannah Arendt, Primo Levi, Zygmunt Bauman, Karl Jaspers hanno compiuto analisi scrupolose sui meccanismi psicosociali e culturali propri del sistema nazista di distruzione. Primo Levi più di altri ha focalizzato la dimensione antropologica per tentare di spiegare la condizione di sospensione della coscienza, in altre parole di una «zona grigia» non solo nei carnefici, ma anche nelle vittime.9
Léon Poliakov, uno dei massimi storici dell’antisemitismo ed ebreo fuggito dall’Urss stalinista, ha consacrato la sua vita intellettuale alla ricostruzione analitica delle radici culturali dell’antisemitismo non riuscendo però a superare l’orizzonte statalista e democratico.10
Raul Hilberg, come già accennato, è il più importante studioso dello sterminio e fondatore del concetto di «sistema concentrazionario» e dei suoi meccanismi burocratici. Analizzati al microscopio i meccanismi della burocrazia dello sterminio non sono sufficienti a spiegare le aberrazioni coscienziali che permisero ad un numero così consistente di «uomini comuni» di perpetrare tanta violenza su donne, bambini, vecchi, adulti. Ma questo stesso ragionamento porta Hilberg ad un algido parossismo di contabilità della distruzione.11
La massima «disumanizzazione dell’umanità» a cui la maggior parte degli autori di rilievo di questi studi giungono non è però risolutiva. Esaminando il «sistema di terrore totale» fondato sull’annichilimento coscienziale della specie umana, emerge la tremenda considerazione che anche un simile sistema è espressione della specie umana e delle sue capacità distruttive. Ciò che però molti non hanno voluto trovare sono le risposte affermative che sono possibili anche di fronte a tale dimensione della distruttività della specie umana, attestandosi invece alla constatazione dei meccanismi del sistema e delle conseguenze sulla coscienza.12
Il tentativo di cancellare gli ebrei in Europa attuato dal sistema totale nazista è stato uno dei peggiori crimini del XX secolo. La sua specificità non riguarda la dimensione del genocidio, ma la scientificità con la quale è stato perpetrato. L’antisemitismo eugenetico, la definizione quindi di una «razza inferiore e abietta», corruttrice della «civiltà, dello Stato e della nazione ariana», non è un’originalità del nazismo: le sue fondamenta teoriche sono riscontrabili nello scientismo ottocentesco e nelle ideologie nazionaliste e razziste che da questo presero origine.
Già nel secolo dei Lumi l’antisemitismo eugenetico si rintraccia in Voltaire e nell’«antropologia razziale», ma prima del nazionalsocialismo in nessun caso esso implicava lo sterminio della popolazione ebraica. I pogrom, la segregazione, i luoghi comuni antigiudei erano strumenti ad uso della politica con intensità diverse nei differenti momenti della storia europea, dalla Francia repubblicana alla Russia zarista, dall’Inghilterra vittoriana, all’Italia papalina.
Lo sterminio divenne tale con il nazismo, quando l’idea dello Stato assoluto, della nazione e della razza divennero sistema di dominio totale ed in funzione di questo la «soluzione finale» e scientifica della «questione ebraica» assunse la dimensione della totale cancellazione.13
All’ingranaggio del sistema di distruzione degli ebrei in Europa presero parte comuni esseri umani, donne e uomini che scelsero in coscienza di partecipare e contribuire con zelo individuale a migliorare il funzionamento dell’annientamento. La «soluzione finale» non sarebbe potuta essere tale senza «gli uomini comuni» o quei banali individui che incarnarono la distruzione della specie umana in modo scientifico, burocratico e ritmato. La banalità del male è, infatti, una dimensione tutta umana e nient’affatto trascendente ma immanente al sistema totale nazista.14
Il tentativo di genocidio ebraico in Europa è stato uno dei crimini che hanno segnato la storia recente dell’umanità, ma non l’unico. Il genocidio di 12 milioni di persone in Congo per opera dell’esercito belga, quello di due milioni di armeni o le decine di migliaia di vittime della controrivoluzione in Spagna precedettero solo di pochi anni lo sterminio nazista, ma il tentativo di genocidio degli ebrei d’Europa qualifica, nella sua unicità, il sistema di terrore totale.
La rivolta rimossa
La resistenza e la rivolta non sono, o almeno non sono solo, una pagina eroica, come spesso viene presentata, né il loro valore si valuta dai risultati ottenuti sul piano politico e militare. La rivolta, che si concentrò tra il 19 aprile e il 16 maggio 1943, non fermò, infatti, la distruzione finale del ghetto di Varsavia condotta dalle SS di Jürgen Stroop, che portò avanti la liquidazione della popolazione sopravvissuta nel ghetto sin dall’autunno del 1940 e poi negli attacchi che precedettero la primavera del ‘43.
Alla metà di luglio, quando ormai il fumo dei palazzi in fiamme rendeva irrespirabile l’aria dell’intera Varsavia, dopo giorni e notti di combattimenti casa per casa, sotterraneo per sotterraneo, bunker per bunker, rimasero in vita poche centinaia di superstiti ed alcune decine di combattenti. Coloro che riuscirono a fuggire attraverso le condotte fognarie si unirono alle organizzazioni della resistenza clandestina polacca, ma molti furono comunque catturati, uccisi e deportati.
Quella del ghetto di Varsavia fu la prima rivolta condotta da organizzazioni clandestine popolari in una città europea occupata dai nazisti. Malgrado i tentativi di contenere la diffusione della notizia da parte del governo nazista a Berlino e del Governatorato generale in Polonia, essa giunse sino ai campi di sterminio, nelle campagne polacche e russe fino all’Europa occidentale ed oltreoceano quando però ormai il ghetto era stato ridotto ad un cumulo di macerie e la popolazione era stata deportata.
Coloro che scamparono alla liquidazione, quelle poche decine di persone che sopravvissero raccontarono ciò che era avvenuto: la resistenza e la vita clandestina ed infine la rivolta decisa «per non morire come pecore al macello». I racconti produssero disorientamento, incredulità, perfino il sospetto – tra i governi inglese ed americano – che coloro che si erano salvati in realtà fossero pedine di un complotto politico e militare internazionale ordito da Stalin e finalizzato ad ottenere un maggiore impegno delle forze alleate nel fronte orientale o a preparare il terreno «morale» alle richieste sovietiche di risarcimento sulla Polonia. Nulla di tutto ciò era vero, mentre al contrario oggi possiamo affermare con certezza che le potenze alleate – Inghilterra e Usa – erano ben poco interessate a fermare il genocidio, quanto piuttosto a terminare la guerra, non prima di avere sistemato il futuro postbellico dell’umanità. A lungo Roosevelt e Churchill evitarono di menzionare il destino dei deportati, di cui si avevano notizie e prove costanti, e degli ebrei polacchi. Nel luglio 1941 il ministero dell’Informazione inglese divulgò una nota: «i temi che suscitano orrore (…) vanno usati con molta misura e vanno esposti solo quando riguardano il trattamento inflitto a persone indiscutibilmente innocenti. Non quando riguardano violenti oppositori politici. O ebrei» (corsivi dell’autore).
Ciò anticipava quello che sarebbe avvenuto tra gli storici molto tempo dopo. Ancora oggi sono ingarbugliati in dibattiti non solo sull’efficacia della resistenza e della rivolta, sull’opportunità o meno di resistere in armi di fronte ad un nemico tanto più potente, ma anche sulla natura stessa della resistenza «delle vittime» e sul sostanziale disinteresse delle potenze democratiche.
Il dibattito sulla resistenza ebraica è gravato, quindi, da numerosi fardelli ideologici e metodologici e soprattutto dalla premessa per cui si tratterebbe di eventi irrilevanti, di valore solo testimoniale, ma inconsistenti di fronte al numero enorme di vittime liquidate dal sistema nazista con la «soluzione finale». Mentre le potenze democratiche vengono in sostanza assolte dalle proprie responsabilità.
Non è solo quindi la dimensione della barbarie messa in atto dai nazisti che predetermina il giudizio sull’inefficacia della resistenza e della rivolta, ma anche l’intento di celare quanto la guerra fosse stata combattuta non per mettere fine all’assassinio sistematico di innocenti, ma piuttosto per risistemare definitivamente i destini dell’umanità, isolando e soffocando di conseguenza ogni azione indipendente dal controllo e dalle strategie politiche e militari. Il giudizio postumo prevalente è quindi segnato da una presunta e «oggettiva inefficacia della spontaneità disperata».15 Ciò riguarda non solo la rivolta del ghetto di Varsavia e negli altri ghetti o le numerose ribellioni nei campi sterminio, ma addirittura la resistenza diffusa di milioni di russi all’avanzata tedesca e l’eroica resistenza delle popolazioni delle città di Leningrado e di Stalingrado che, «con la loro capacità di riorganizzare immediatamente la resistenza dietro le linee», furono il vero ostacolo alla vittoria nazista sul fronte sovietico. Più in generale furono il ruolo ed il protagonismo dei popoli europei «con la loro reazione diffusa, spontanea, con la loro capacità di trovare risorse a rappresentare il fattore veramente risolutivo e ad impedire che il nazismo in un modo o nell’altro riuscisse a vincere».16
Determinante poi fu il contributo della popolazione inglese allo sbarco di migliaia e migliaia di soldati in Normandia e con l’inizio della svolta continentale o le sollevazioni nelle diverse città italiane – Napoli, Roma, Firenze fino a Torino e a Milano. Queste ultime sono ancora oggi avvolte da un’aura di folklore nazionalpopolare che rende poca giustizia degli eventi, della loro portata e dei protagonisti.17
Premesso dunque che la rivolta del ghetto non fu affatto risolutiva da un punto di vista strategico militare, né innestò una reazione diffusa nel resto del paese, né si coordinò efficacemente con la resistenza nazionale polacca, soggiogata agli interessi di Londra, essa mantiene comunque un valore che la tradizione storiografica stenta a riconoscere pienamente. Un valore in primo luogo relativo alla stessa «rivolta» che assume le caratteristiche dell’erompere di una tensione affermativa di generosità da parte di tutti coloro che ne furono protagonisti essendo motivati dalla scelta non solo di combattere e di non arrendersi di fronte alla brutalità, ma di fuoriuscire dal ruolo di vittime e di diventare protagonisti perché altri potessero vivere.
La rivolta del ghetto di Varsavia, seppure nella drammatica emergenza del vivere o morire, non si traduce in una mera ribellione alla violenza bruta nazista, ma rimane fedele a quella che fu la sua premessa sin dalla chiusura nel ghetto: non era solo la difesa capillare dell’esistenza di tutti gli esseri umani proprio perché ci fu la messa in opera di una capillare rete di mutuo soccorso e di numerose attività culturali, formative e ricreative che si svilupparono nel ghetto. La rivolta non ripiegò nella ribellione che «conduce all’accettazione dell’esistente, individuale e collettivo, a scapito di una ricerca affermativa dell’essere che presiede la rivolta stessa»,18 poiché espresse l’anelito vitale e affermativo anche di fronte all’evidenza della forza distruttiva dell’oppressore.
La ragione per la quale è interessante ritornare e rileggere la rivolta del ghetto di Varsavia sin dalle sue premesse è inerente la ricerca sulla natura umana. Anche in questa pagina ritroviamo le immense e indistruttibili tensioni al bene per sé e per gli altri che emergono anche in condizioni di apparente «disumanizzazione». La vita e la rivolta del ghetto di Varsavia riguardano in primo luogo la soggettività dinamica, cioè la coscienza di coloro che vollero affermare che era possibile scegliere non di morire, ma di continuare a vivere anche al di là della valutazione delle condizioni oggettive. Ciò motiva molte delle scelte che vennero compiute da tanti che non vollero sottrarsi e fuggire, ma rimasero continuando nella loro opera per il bene degli altri.
Ma appunto ciò che appare allo sguardo della storiografia non è ciò che appare ad uno sguardo umanista ed essenzialista ed è qui che si colloca la sostanziale divergenza con gli storici, anche con i più accorti ed interessati alle vicende umane.
La novità di uno sguardo essenzialista, umanista e socialista con cui propongo una rilettura della resistenza e della rivolta nel ghetto di Varsavia conduce a concentrare l’attenzione non sulla valutazione dei fatti in relazione alla loro collocazione nella dimensione storica d’assieme, ma piuttosto sui loro protagonisti. Senza ciò non è possibile comprendere perché anche in queste pagine «paradossalmente il dramma concreto che si svolge tra il 1939 e il 1945 è integralmente umano nella sua disumanità».19
La ricerca che ho condotto è perciò molto di parte ed è esplicita sin da questa premessa. Il racconto dei fatti non prescinde da coloro che ne furono protagonisti, donne, uomini e bambini. Con alcuni di essi si è trattato di superare la loro dichiarata «appartenenza» ideologica e politica e la diversa prospettiva nella quale si muovevano per soffermarsi soprattutto su ciò che hanno comunque compiuto.
Nella resistenza e poi nella rivolta ebbero un ruolo determinante le donne e gli uomini. Ma è il coraggio e la determinazione dei bambini che risultano sorprendenti poiché rovesciano l’idea per la quale sono solo gli adulti ad occuparsi dei più piccoli.
Nelle molteplici attività che si sviluppavano nel ghetto alcuni erano mossi soltanto da ragioni di sopravvivenza, altri dall’idea dell’emancipazione nazionale ebraica, altri ancora dall’universale emancipazione degli oppressi di cui gli ebrei erano solo una parte. I sionisti si battevano cioè per l’emancipazione del popolo ebraico, i bundisti invece per la liberazione dell’umanità dalle catene dell’oppressione di cui gli ebrei erano solo una parte delle vittime. Gli accenti polemici, lo scontro tra le formazioni politiche fu sempre presente, ma spesso esso si risolse, al di là della politica, nelle relazioni diffuse di fiducia, di reciprocità e di ricerca del bene.
L’analisi storica, concentratasi sulla premessa per cui il sistema totalitario nazista e l’universo concentrazionario e di sterminio abbiano prodotto una sostanziale «disumanizzazione» delle vittime fino ad indurle ad accettare «passivamente» il proprio destino, non spiega come furono possibili tali empiti.
Data questa premessa degli storici, le condizioni di estrema prostrazione materiale e morale conducono alla conseguenza logica che le vittime si rassegnino al loro destino sino a conservare solo lontani barlumi di coscienza, una sostanziale indolenza per la sofferenza propria e altrui, per il proprio destino e per quello dei prossimi.
La capacità di inventarsi i modi di sopravvivere insieme alle numerose attività di mutuo soccorso, di assistenza, fino alle iniziative di animazione culturale e artistica e non ultima la stessa resistenza armata anche nelle più estreme condizioni di distruzione e di barbarie sono l’espressione delle risorse più profonde della natura umana. Ciò fa emergere la grande contraddizione non delle vittime ma della povertà umana dell’analisi oggettiva, che pervade gran parte della storiografia, per la quale le vittime sono tali e non se ne distingue la loro «umanità».
Prendendo le mosse dall’essere e dall’indomita indistruttibilità dell’essenza umana, nessun potere per quanto totale, assoluto e terrifico, può mutare la natura dell’essere umano. Certamente lo può avocare il più possibile a sé, renderlo compartecipe e complice, ma l’essere umano, anche nelle condizioni di elevata disumanizzazione materiale, è sempre tale poichè «l’idea del domani, semplicemente il domani, è inalienabile dall’esistenza di qualsiasi individuo».20
La personificazione di una tale profonda persistenza dell’essere è la madre che allatta al seno il proprio figlio sin dentro la camera a gas non rinunciando all’idea del domani per sé e per lui.
Il sistema nazista portò alle estreme conseguenze l’obiettivo di qualunque potere oppressivo e statale di ridurre l’essere a mero strumento del potere e oggetto di sfruttamento, attraverso la definizione di una gerarchia dell’essere definita secondo criteri ideologici ed eugenetici di dominio non solo socioeconomico, nella sua massima espressione, ma anche di mercificazione di ognuna delle sfere dell’esistenza, biologica, materiale, sociale, culturale e della coscienza, finalmente sottomesse al bene del potere assoluto nazista, il Reich millenario.21
L’esistenza sociale ed individuale viene ridisegnata sotto l’egida del potere assoluto del partito e dello Stato. Il sistema nazista trasforma, in geometrica potenza, il potere del capitale nella più incontenibile distruttività incarnata dallo Stato e dalla politica, arrivando fino alla più estrema esaltazione del darwinismo sociale che conduce inevitabilmente alla guerra. Essa è il culmine «della coincidenza della morte con la vita, la presiede, la motiva: la sua incombenza agghiacciante è la vita stessa in trincea, sotto i bombardamenti, nei campi. La morte ed il terrore che la permea saranno per quel lustro la vera condizione d’esistenza per gli esseri umani».22
La memoria manipolata
All’opposto della rimozione, la rivolta è stata utilizzata come emblema dell’idea nazionale sionista e spesso deturpata nei suoi significati più profondi fino al suo utilizzo strumentale, come avvenne durante la drammatica resistenza del campo profughi palestinese a Jenin in Cisgiordania, nell’aprile 2002, quando un alto ufficiale di Tsahal invitò il governo israeliano ad utilizzare la stessa tecnica con cui le SS a Varsavia nel 1943 liquidarono i combattenti del ghetto.23
La faziosità, che conduce all’uso/abuso della «memoria della rivolta», è stata motivo di disagio etico per gli stessi sopravvissuti e per i protagonisti delle diverse formazioni della resistenza e dell’insurrezione.24
La ricostruzione del ruolo e dell’entità organizzativa delle forze della resistenza subisce lo stesso malaugurato destino di manipolazione strumentale. Si amplifica il ruolo delle organizzazioni sioniste e si ridimensiona, talvolta con accenti sprezzanti, una delle organizzazioni più radicate nella stessa storia della Polonia e della popolazione ebraica dell’Europa orientale, oltre che una delle più significative nella scena generale fra le organizzazioni marxiste e socialiste, protagoniste di grandi eventi rivoluzionari di trasformazione sociale e culturale che aprirono il XIX secolo: l’Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituana, conosciuta come Bund, la lega.
Non si tratta solo di una scarsa attenzione, che in Italia si manifesta con una quasi totale assenza nel panorama editoriale di opere in proposito, ma di una intenzionale rimozione motivata dall’antagonismo incarnato dal Bund nei confronti dell’ideologia nazionalista ebraica sionista.
Nelle sue voci più autorevoli e sin dalla nascita del movimento sionista, il Bund ne fu un permanente e determinato oppositore. Il socialismo e l’internazionalismo proletario erano l’unica strada per l’emancipazione del popolo ebraico, sebbene l’analisi bundista fosse ispirata dal determinismo economico e dallo statalismo propri del marxismo rivoluzionario e riformista rintracciabili nel Bund così come nelle organizzazioni marxiste, rivoluzionarie e riformiste della modernità.25 Un socialismo internazionale la cui premessa era l’autonomia politica della «minoranza» ebraica nel movimento operaio; essa avrebbe dovuto svolgere funzioni pedagogiche e rivoluzionarie oltre che di difesa. Il Bund riteneva il proprio ruolo imprescindibile per la rivoluzione socialista in Polonia, Lituania e Russia.
Questa premessa fu tra i motivi di drammatiche polemiche e rotture organizzative che diventarono insanabili, come avvenne con l’organizzazione socialdemocratica russa nel 1903.
Il Bund, radicato nella storia dell’Europa orientale, costruitosi e diffusosi in molti casi anche oltre la popolazione ebraica, sembra diventare insignificante alle soglie della distruzione nazista.
Significativa è la ricostruzione che a questo proposito ne fa Alberto Nirenstajn, curatore peraltro di una tra le prime e significative raccolte di testimonianze e documenti sulla resistenza, sulla rivolta e sulla distruzione del ghetto di Varsavia; egli riferendosi al Bund lo definisce «per 50 anni uno dei maggiori e più autorevoli raggruppamenti di massa della Polonia» (corsivo dell’autore). Qualche riga dopo però affida in modo del tutto forzato al sionismo non solo «il compito di gareggiare con il Bund nelle città della Russia e della Polonia», ma aggiunge che senza l’idea nazionalista sionista «la rivolta del ghetto sarebbe stata impensabile».26
Ma nei diversi congressi internazionali, in piena ascesa nazista e dal 1939, sono gli stessi fondatori sionisti che lamentano reiteratamente la mancanza di seguito e di interesse delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, determinata sia dal profondo radicamento dell’organizzazione socialista ebraica nelle città che dalla cultura tradizionale e religiosa nelle campagne.27
È evidente che la rimozione dell’unica organizzazione politica di matrice marxista e socialista organicamente antisionista ha un motivo ideologico che si autodenuncia sfogliando la storia del popolo ebraico polacco e orientale senza pregiudizi ideologici.
Per questa ragione la scomparsa, la definitiva dissoluzione ideale ed organizzata, la cancellazione della memoria scritta e documentale di quell’organizzazione dopo la fine della guerra ha consentito all’inganno del «socialismo sionista» di trionfare.
Quanto sia ipocrita ogni celebrazione che rimuova una parte determinante dei protagonisti riecheggia nelle parole di Marek Edelman, uno dei giovani capi bundisti della rivolta, a proposito della memoria e delle celebrazioni durante gli anni del regime di Jaruzelsky, a molti anni di distanza:
Abbiamo combattuto non solo per la vita ma per una vita nella dignità e nella libertà. Celebrare il nostro anniversario qui, dove sulla vita dell’intera società pesa oggi l’umiliazione e l’oppressione, dove le parole e i gesti sono stati totalmente falsificati, significherebbe rinnegare la nostra lotta. Non parteciperò a questa impresa né accetterò che altri vi partecipino, da qualsiasi parte del mondo essi vengano, e a qualunque titolo pensino di legittimarsi. Lontano dalle celebrazioni di regime, nel silenzio delle tombe e dei cuori sopravviverà la vera memoria delle vittime e degli eroi, la memoria dell’eterno slancio umano verso la libertà e la verità.
A poco più di un quarto di secolo dalla rivoluzione in Russia, a partire dal 1905, dopo tre anni dall’esplosione della rivoluzione sociale in Spagna, una parte della componente operaia ebraica polacca era stata compartecipe, nelle diverse organizzazioni di ispirazione marxista, socialista e rivoluzionaria, all’erompere in Europa del protagonismo rivoluzionario delle classi oppresse. Quegli stessi militanti, che sollevavano cartelli in ebraico durante le manifestazioni del 1905 e avevano lottato contro la repressione, avevano anche reagito alle violente scosse antisemite che dopo la fine della Prima guerra mondiale e l’affermarsi del potere bolscevico in Russia avevano attraversato in lungo e in largo tutti i paesi dell’Europa orientale.
La guerra scatenata dalla neonata repubblica polacca nel 1919-20 contro la Russia bolscevica segnò il culmine di quelle violenze, che celavano un chiaro obiettivo controrivoluzionario, e il rafforzarsi dell’organizzazione bundista sia nell’autodifesa ma anche nella rete di mutuo soccorso.
L’attenzione dei bundisti si rivolse non solo alle comunità ebraiche cittadine o verso la componente operaia, ma anche alle campagne dove le piccole comunità yiddish erano sopravvissute chiuse in se stesse e dove la vita comunitaria era scandita dalle pratiche religiose e da una rigida definizione morale della vita e delle relazioni sociali e individuali. Gli shtetl costellavano le campagne polacche ed erano il segno più evidente di un’antica e profonda presenza culturale e tradizionale. Dall’Europa centrale si erano mossi in diverse ondate migratorie verso oriente e conservavano un complesso di norme, tradizioni, costumi e riti liturgici, oltre che una lingua, l’yiddish – dialetto misto di ebraico e tedesco arricchitosi con il tempo di termini slavi.
Sebbene le comunità si fossero radicate nella storia dei popoli orientali in epoca medioevale con una forte identità sociale determinata appunto dalla tradizione religiosa e linguistica, esse risentirono, agli inizi del XIX secolo, dei profondi cambiamenti, della nascita di idee di liberazione ed emancipazione che soffiavano in Europa. Gli shtetl, per via della loro chiusura, furono proprio tra le comunità più vulnerabili alle ripetute aggressioni antisemite, che furono più violente e intense proprio là dove per circa 600 anni era vissuto il maggior numero di ebrei europei. L’intervento organizzato, la mobilitazione dei giovani nelle file del Bund fu decisiva per contrastare i pogrom antisemiti. La rivolta del ghetto di Varsavia fu l’ultimo capitolo anche per la storia del Bund.28
* * *
La barbarie è la cornice, ma ne ho voluto rimandare la descrizione alla saggistica ed ai memoriali, ricordando sempre che la conoscenza di ciò che è avvenuto di per sé non rende impossibile che ciò possa ripetersi. Anzi, la specie umana si trova di fronte all’emergenza determinata dalla tragica tenaglia di guerra e terrorismo: in altri termini lo sterminio ed il genocidio accompagnano ancora e affliggono la vita di tutti noi.
Eppure la tenaglia guerra e terrorismo, le pandemie, la barbarie diffusa non riescono a sottrarre alla specie quell’indomita e permanente ricerca di un bene comune per sé e per gli altri la cui premessa è però l’assunzione di nuovi legami di solidarietà reciproca basati sull’autocosciente ricerca degli interessi umani più profondi.
Il mio studio sul tema trattato nel testo si è sviluppato nel corso degli anni e l’approfondimento della ricerca mi ha progressivamente motivato a conoscere le vicende del ghetto di Varsavia così sconosciute e mistificate. Questo percorso ha avuto degli snodi significativi che hanno rappresentato uno stimolo e hanno animato l’esigenza di dare voce agli eroici protagonisti di cui scriverò.
La stesura di due articoli, usciti nel 2004 e nel 2005 sulla rivista Utopia socialista, relativi al sionismo e all’antisemitismo e ad alcuni approcci storiografici (temi ripresi e sviluppati nelle pagine precedenti e nel terzo capitolo) è stata una base utile ad inquadrare ed indispensabile a qualificare il punto di vista con cui leggere questo incrocio storico. Questa ragione ha motivato la ripubblicazione integrale dei due articoli che si trovano in appendice.
Infine voglio sottolineare che questo lavoro non sarebbe stato possibile senza il contributo ed il nutrimento costante delle Ipotesi per un umanesimo socialista e della comunanza teorica, della scelta etica e della tensione affermativa che in esse risiedono e che sono l’alimento della corrente Utopia socialista di cui sono parte.
Ringraziamenti
Sono numerose le personalità in Italia, Spagna e Argentina che contribuiscono alla fondazione della corrente Utopia socialista e che, con la loro ricerca individuale e nel confronto collettivo, nell’impegno teorico e formativo, accrescono e consolidano ogni giorno questa coraggiosa e determinata impresa di cui sono parte.
La ricerca umanista e socialista che negli anni sta conducendo Dario Renzi è un riferimento teorico costante che nel corso dell’elaborazione e della stesura di questo testo è stata anche di profondo conforto e sostegno per non lasciare che la tragedia e la barbarie di ciò che è stato prevalessero sulla ricerca del permanente anelito vitale e affermativo che l’umanità dimostra.
Un pensiero particolare va a Sara Morace la cui ricerca e personalità teorica e formativa si intrecciano per me anche con un profondo sentimento d’amore.
Un ringraziamento va alla redazione e all’équipe di direzione di Prospettiva Edizioni ed in particolare a Carla Longobardo e Antonella Savio per i consigli e la revisione del testo e a Paola Di Michele per la stesura della cronologia.
Inoltre a Paola V. per l’affetto e il sostegno di sempre.
NOTE
1. Cfr. Anabel Cubero, «Spagna ‘36: ripensando al futuro», in Utopia socialista, n. 8, settembre/novembre 2003 e «Barcellona ‘37: la rivoluzione aggredita», in Utopia socialista, n. 17, luglio/ottobre 2007; Carla Longobardo, «Spagna ‘36: la revolución social», in Aa. Vv., Il libro rosso del socialismo, Prospettiva Edizioni, Roma 1998; Dario Renzi, Dialoghi sul socialismo, vol. I; Bartolomé Bennassar, La guerra di Spagna: una tragedia nazionale, Einaudi, Torino 2006; Jorge Herrero (a cura di), Spagna ‘36. Collettività nella rivoluzione, Prospettiva Edizioni, Roma 2007.
2. Cfr. Annette Wieviorka, L’era del testimone; Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto, Rizzoli, Milano 2002; James E. Young, «Auschwitz: concept et “lieu de memoire”», in Elie Barnavi-Saul Friedlander, Les Juifs et le XXe siecle.
3. Cfr. Ipotesi per un umanesimo socialista, Quaderni di Utopia socialista, Prospettiva Edizioni, Roma 2007.
4. Cfr. Vasilij Grossman-Il’ja Ehremburg, Il libro nero. Il genocidio nazista nei territori sovietici. 1941-1945, Mondadori, Milano 1999.
5. Cit. in Michael R. Marrus, L’Olocausto nella storia, e cfr. Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa.
6. Cfr. Hannah Arendt, La banalità del male.
7. Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo.
8. Sul sistema nazista e su quello democratico cfr. D. Renzi, «Di un altro socialismo», in Aa.Vv., Il libro rosso del socialismo, Prospettiva Edizioni, Roma 1998.
9. Cfr. Primo Levi, I sommersi e i salvati, e L’asimmetria e la vita. Articoli e saggi 1955-1987, Einaudi, Torino 2002.
10. Un’efficace elaborazione pregna di ulteriori spunti analitici, sviluppata anche nello specifico della trattazione sul sistema democratico globale e totalitario si può trovare in D. Renzi, Democrazia. Un orizzonte insuperabile?.
11. Cfr. Raul Hilberg, op. cit.; Daniel J. Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l’Olocausto in Polonia, Mondadori, Milano 1997; Ian Kershaw, Hitler e l’enigma del consenso, Laterza, Bari 1997; Christopher R. Browning, Uomini comuni.
12. Cfr. D. Renzi e Sara Morace, «Inventare la specie», in Utopia socialista, n. 0, febbraio/aprile 2001.
13. Cfr. R. Hilberg, op. cit.
14. Cfr. H. Arendt, La banalità del male.
15. Cfr. D. Renzi, «Rivoluzione contro i mostri gemelli», in Utopia socialista, n. 11, ottobre/dicembre 2004.
16. Cfr. D. Renzi, Pace e rivoluzione, p. 66.
17. Cfr. Riccardo Anfossi, La resistenza spezzata, Prospettiva Edizioni, Roma 1995.
18. Cfr. Claudio Guidi, «Ripensare le rivoluzioni per preparare diversamente il futuro», in Utopia socialista, n. 14, novembre 2005/gennaio 2006.
19. Cfr. D. Renzi, Essenza umana e religione, Prospettiva Edizioni, Roma 2000, p. 63.
20. Cfr. D. Renzi, Rintracciando la natura umana, p. 109.
21. Cfr. D. Renzi, «Il nazismo, la guerra, la politica», in Pace e rivoluzione.
22. Cfr. D. Renzi, Essenza umana e religione, p. 64.
23. Cfr. Aa.Vv., Not in our name. Ebrei e israeliani contro l’occupazione, Prospettiva Edizioni, Roma 2002.
24. Cfr. «Alle origini di un mito: il sionismo “socialista”», in questo stesso volume.
25. Cfr. Vincenzo Sommella, Socialismo confinato.
26. Alberto Nirenstajn, Ricorda cosa ti ha fatto Amalek, p. 136.
27. Cfr. Nathan Weinstock, Storia del sionismo, 2 voll., Samonà e Savelli, Roma 1969.
28. Cfr. Henri Minczeles, Histoire générale du Bund.